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Cucina e ristorazione

Sangria: ricetta tradizionale e storia della bevanda estiva

Ecco la consueta rubrica “The Home Bartender”, l’unica che in pochi passi ti consiglia come bere bene anche a casa.

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Ecco la consueta rubrica “The Home Bartender”, l’unica che in pochi passi ti consiglia come bere bene anche a casa.

Finalmente è arrivato il caldo, quello vero, quello che a volte — diciamocelo — è anche troppo. Nutrizionisti, medici e rubriche ci consigliano di mangiare frutta. Frutta, frutta, frutta… e a me viene in mente una cosa sola: la Sangria!

La Sangria nasce già nell’epoca romana: il vino aveva un sapore molto spigoloso e veniva aromatizzato con spezie e frutta. Questa tradizione è proseguita fino al XIX secolo, quando nella penisola Iberica iniziarono a perfezionare la bevanda. Nel secolo successivo, il New York Times le dedicò una pagina e da quel momento la Sangria divenne popolare in tutto il mondo.

Per prepararla servono: 1,5 litri di vino rosso, 3 arance, 1 limone, 2 pesche gialle, 1 mela verde, 1 bicchierino di brandy, cannella, chiodi di garofano e gassosa. Spremere arance e limone, unire il succo al brandy, al vino e alla frutta tagliata a pezzi. Aggiungere le spezie e lasciare macerare in frigorifero per almeno due ore, meglio se per tutta la notte. Servire ben fredda, aggiungendo ghiaccio e gassosa.

È una bevanda semplice ma gustosa e facile da preparare: quando vi abituerete ad averla in frigo, non potrete più farne a meno.

Come ogni numero, vi lascio con la mia perla del mese: Il nutrizionista consiglia di bere spremute con questo caldo, io sono brava, bevo solo quella d’uva.

Desiree Pietropinto

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Cucina e ristorazione

Scotti di Federica Zacchia. In esclusiva la madrina della festa di “Scotti a puntino”

Si è concluso il laboratorio “Scotti a Puntino”, progetto ideato dallo chef Marco Porro, cuoco dell’Alleanza Slow Food, insieme all’Associazione Nuove Frontiere di Ladispoli. La serata finale, aperta alla cittadinanza, ha portato in Piazza Rossellini il risultato di un percorso fatto di cucina, condivisione e inclusione. Madrina della serata l’attrice Federica Zacchia, che racconta questa esperienza come un’importante occasione di incontro e crescita.

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di Annalisa Piancazzo

Come hai conosciuto il progetto “Scotti a Puntino”?

Me ne ha parlato Mattia Briga! Mi ha chiamata e mi ha detto: “Ti fidi se ti faccio fare un’esperienza che ti porterai nel cuore? Ti faccio incontrare una realtà bellissima, fatta di persone speciali e super simpatiche! E poi si mangia!”. Mi è sembrata una proposta troppo allettante per rifiutarla!

Cosa ti ha spinta a partecipare alla serata finale del laboratorio e che esperienza è stata per te?

Ho accettato l’invito senza pensarci troppo, perché ho imparato che le esperienze migliori sono quasi sempre quelle a cui dici sì prima ancora di sapere bene cosa aspettarti. È stata una di quelle serate che ti rimettono le proporzioni a posto. La verità è che spesso ci si avvicina alla disabilità con mille sovrastrutture, ma basta varcare quella soglia perché cadano tutte. E, incredibilmente, è tutto molto più semplice di come ce lo raccontiamo.

Che impressione hai avuto del coinvolgimento dei ragazzi e del modo in cui hanno vissuto questa esperienza?

Quello che mi ha colpito di più è stata l’atmosfera. C’era un’energia felice, contagiosa. Si respirava il piacere di fare qualcosa insieme. Essendo una lezione aperta, ho avuto anche la fortuna di osservare le famiglie e gli amici e ho visto rapporti molto autentici: c’era sicuramente la fatica delle difficoltà, ma anche tanta ironia, complicità, prese in giro e affetto. Insomma, c’era vita, senza grandi sovrastrutture.

Attraverso i tuoi contenuti racconti spesso la fragilità, la crescita e le difficoltà quotidiane con uno sguardo ironico e autentico. Hai trovato un punto di contatto tra questo tuo modo di comunicare e il messaggio di inclusione portato avanti da “Scotti a Puntino”?

Sì, tantissimo. Credo che il punto di contatto sia proprio questo: smettere di raccontare le persone attraverso quello che vorremmo che fossero e cominciare a raccontarle per come sono. Io, nel mio piccolo, provo a fare la stessa cosa quando parlo delle mie fragilità. Non per trasformarle in una lezione, ma perché credo che, quando le raccontiamo senza vergogna, con un po’ di ironia e tanta verità, smettano di separarci dagli altri e diventino un punto d’incontro.

Dopo aver vissuto questa esperienza, cosa pensi possa lasciare un progetto come “Scotti a Puntino” alle persone che lo vivono e a chi ha l’occasione di conoscerlo?

Credo che un progetto come “Scotti a Puntino” lasci soprattutto una cosa: uno sguardo diverso. Per chi lo vive ogni settimana è un luogo in cui imparare, creare relazioni e sentirsi valorizzato. Per chi arriva da fuori diventa un’occasione per ricalibrare il peso delle cose. Allargare lo sguardo aiuta a cambiare prospettiva: spesso ci facciamo schiacciare da cose piccolissime solo perché le guardiamo da troppo vicino. Esperienze come questa ti costringono, nel senso più bello del termine, a fare un passo indietro, trovando così una misura diversa. Non perché i tuoi problemi spariscano, ma perché smettono di essere gli unici protagonisti della tua storia.

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