Arte e Cultura
Va bene così, senza parole
Intervista a Gianluigi Servolini, un uomo che ha preferito le immagini ai testi
Intervista a Gianluigi Servolini, un uomo che ha preferito le immagini ai testi
Ti chiamano “sunset hunter”: quando hai capito che i tramonti di Ladispoli non erano solo uno spettacolo naturale, ma un racconto da costruire immagine dopo immagine?
“L’appellativo mi fa sorridere, ma descrive bene una ricerca diventata nel tempo costante, quasi un’ossessione gentile. Il legame con i tramonti di Ladispoli nasce oltre vent’anni fa, con una semplice Kodak usa e getta. Pochi scatti, nessun display: bisognava scegliere il momento giusto, affidandosi allo sguardo e all’attesa.
Il lungomare era già allora la mia isola felice, il luogo in cui la realtà lasciava spazio a una vera estasi visiva. Col tempo, quella che era un’abitudine estiva si è trasformata in uno storytelling continuo. Vivere Ladispoli anche d’inverno, nel silenzio dei pomeriggi freddi, ha reso il racconto più intimo. Ho capito che non esiste il tramonto perfetto, ma una sequenza: ogni scatto è un tassello, un ponte tra il ragazzo di allora e l’osservatore di oggi”.
In un’epoca in cui il web vive di polemiche e rumore, tu scegli il silenzio delle immagini. Quanto è rivoluzionario oggi raccontare un territorio senza parole?

Scegliere di raccontare un territorio attraverso le immagini, invece di alimentare la polemica e il rumore che oggi domina il web, non è solo una scelta estetica, ma un atto consapevole. In un’epoca in cui le piattaforme digitali amplificano il dissenso, il silenzio di uno scatto diventa una forma di comunicazione alternativa e, per certi versi, sovversiva.
Siamo sommersi da parole, giudizi e analisi spesso sterili. L’immagine, al contrario, restituisce una “fotografia” autentica di ciò che funziona: la bellezza del territorio, troppo spesso raccontata attraverso lenti distorte. Esiste una differenza fondamentale tra una visione critica, legittima, e una visione polemica, che si limita a produrre rumore senza costruire nulla.
La mia fotografia nasce dal desiderio di riportare l’osservatore a una realtà tangibile. Raccontare un territorio senza parole significa lasciare che luce, ombre e colori di Ladispoli parlino da soli, senza filtri ideologici o rabbia digitale. In un mondo che urla, il silenzio di un’immagine diventa il messaggio più potente.
I tuoi tramonti sembrano sempre diversi, eppure parlano della stessa città. Cosa cerchi davvero quando scatti: la luce perfetta o l’emozione che quella luce riesce a evocare?
Cerco l’emozione. Anche se il tratto di costa è breve, ogni punto di vista racconta qualcosa di diverso. La luce cambia con le stagioni, l’atmosfera, il tempo. Ma oltre la tecnica, inseguo uno stato d’animo che non si aggiunge mai del tutto.
Non fotografo solo la luce perfetta: fotografo un sentimento, vissuto in quell’istante preciso. È questo che mi spinge a tornare ogni giorno sul lungomare.
Ladispoli attraverso i tuoi scatti appare sospesa, poetica, quasi intima. Quanto è importante per te restituire una bellezza che spesso chi vive il territorio ogni giorno rischia di non vedere più?
È fondamentale. Restituire bellezza è un atto di resistenza culturale. L’abitudine rende ciechi, e il mio obiettivo è rompere questa indifferenza.
Ladispoli è un territorio unico, stretto tra il Bosco di Palo e Torre Flavia, con la sua spiaggia nera dalle tonalità incredibili. Fotografare significa custodire questa identità e sperare che resti intatta per le generazioni future. È un modo per ricordare che la bellezza è ancora lì, pronta a essere riscoperta.
Se i social sono una piazza che spesso divide, pensi che la fotografia possa ancora essere uno strumento di unione, capace di far innamorare – o riavvicinare – le persone ai luoghi che abitano?
Sì. La fotografia ferma il tempo e impone uno sguardo meno impulsivo. Dove le parole cercano il contrasto, l’immagine cerca la verità del luogo.
Se uno scatto riesce a far riavvicinare anche una sola persona al proprio territorio, ha già vinto. Far innamorare dei luoghi significa spingere a proteggerli. In questo senso, la fotografia diventa un atto di civismo visivo: un terreno comune su cui ricostruire un senso di comunità.
Arte e Cultura
Frappa: cultura, fede e territorio
Dall’emozione nel conoscere Papa Leone XIV alla rinascita del
Dall’emozione nel conoscere Papa Leone XIV alla rinascita del
La cultura a Ladispoli vive un momento di fermento straordinario: abbiamo intervistato l’Assessore alla Cultura Margherita Frappa sulle ultime esperienze che hanno portato il nome di Ladispoli e della Biennale della Riviera Romana fino al Vaticano.
Assessore, l’udienza con Papa Leone XIV ha rappresentato un momento di altissimo profilo per Ladispoli e per la Biennale. Qual è stata la sensazione più forte nel consegnare personalmente il catalogo e le opere vincitrici nelle mani del Pontefice?
“Essere ricevuta da Papa Leone XIV ha significato portare Ladispoli in un luogo universale, dove cultura, spiritualità e umanità si incontrano. La sensazione più forte è stata quella di rappresentare non solo un evento, ma un’intera comunità. In quell’istante ho percepito che la Biennale della Riviera Romana non è solo una manifestazione artistica, ma un ponte tra culture e sensibilità diverse. È stato un momento solenne e profondamente emozionante: in quelle opere c’era il lavoro, la ricerca e la voce degli artisti. E sapere che tutto questo arrivava al Santo Padre è stato motivo di orgoglio, ma anche di grande responsabilità”.

Il Vaticano ha concesso il patrocinio alla Biennale: in che modo questo legame trasforma la percezione dell’arte nel nostro territorio e quale messaggio spera che arrivi agli artisti coinvolti?
“Il patrocinio del Vaticano rappresenta un riconoscimento di altissimo valore, non solo istituzionale ma culturale e morale.
La Biennale ha ricevuto il sostegno di importanti istituzioni come il Senato della Repubblica, la Camera dei deputati, il Ministero della Cultura e la Regione Lazio. Tuttavia, il patrocinio del Vaticano ha un significato ancora più profondo: evidenzia come l’arte sappia dialogare con i valori universali. Ci ricorda che l’arte non è solo espressione estetica, ma linguaggio capace di costruire ponti, generare dialogo e alimentare speranza.
Questo cambia anche la percezione dell’arte sul territorio: non qualcosa di distante o elitario, ma uno strumento vivo, accessibile, capace di parlare a tutti. Agli artisti voglio dire questo: non state solo esponendo opere, ma contribuendo a una visione più grande. Ogni opera può essere una testimonianza di umanità, di luce e di futuro.
Per Ladispoli è una consacrazione culturale: significa affermare che anche un territorio può esprimere una visione internazionale forte e credibile”.
Passando alla realtà cittadina, abbiamo chiesto all’Assessore le sue considerazioni circa l’apertura del Cine-Teatro Massimo Freccia, un traguardo tanto atteso dai cittadini che, finalmente, potranno rivivere l’esperienza del cinema nella propria città.
Lei ha dichiarato che questo non è solo un edificio, ma uno spazio che “crea comunità”. Cosa dobbiamo aspettarci dalla programmazione di questa nuova stagione?
“Il Cine-Teatro Massimo Freccia non è solo una riapertura: è una restituzione alla città. Un luogo in cui le persone si incontrano, si riconoscono e crescono insieme attraverso la cultura. La programmazione dovrà essere plurale e viva: cinema, teatro, incontri, rassegne per giovani e famiglie, in dialogo con scuole e associazioni. Fondamentale sarà il legame con il Centro d’Arte e Cultura: non eventi isolati, ma un ecosistema culturale continuo e partecipato. Una città cresce quando i suoi spazi culturali sono vissuti, non solo aperti. Il cinema e il teatro non si guardano… si vivono.
Oggi siamo abituati a contenuti veloci e solitari, ma la sala offre qualcosa di unico: un’esperienza condivisa. Emozionarsi insieme, nello stesso momento, crea un legame che nessuno schermo domestico può restituire.
Frequentare questi luoghi significa uscire dall’isolamento e tornare a essere comunità. Significa scegliere un’esperienza autentica, fatta di presenza, ascolto e partecipazione.
Il teatro e il cinema non sono solo intrattenimento: sono strumenti di crescita culturale e civile”.cineteatro

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