Arte e Cultura
Pertini: una “Open Night” al top!
Quando un liceo trasforma una serata in un’esplosione di energia
Quando un liceo trasforma una serata in un’esplosione di energia
Il Liceo “Sandro Pertini” di Ladispoli ha chiuso in modo straordinario la stagione dell’orientamento, trasformando la tradizionale veste istituzionale della scuola in un’esplosione di energia, arte e condivisione. Venerdì 23 gennaio, dalle 18 alle 21, le aule si sono animate per la Open Night, un evento che ha saputo raccontare l’essenza di una scuola viva, capace di mettere al centro non solo lo studio, ma le persone in ogni loro sfumatura.
L’evento è stato l’occasione per dare spazio a passioni che raramente trovano posto tra i banchi: musica, canto, danza e persino magia, senza dimenticare il teatro, da sempre fiore all’occhiello dell’istituto.
Gli studenti, veri protagonisti e ciceroni della serata, hanno accolto i ragazzi delle terze medie e le loro famiglie con un entusiasmo contagioso, dimostrando competenza e un profondo senso di appartenenza.

In quanto giornalista ed ex studentessa del Pertini, è stato un onore immenso tornare tra quelle mura in veste di ospite. Partecipare a questo “passaggio di testimone” è stata un’emozione forte, resa ancora più speciale dalla condivisione del momento con colleghi della portata di Alice Lopedote e Andrea Nebbiai. Ritrovarci lì a respirare di nuovo l’aria del nostro liceo ci ha fatto sentire studenti ancora una volta, testimoniando quanto questa scuola resti un punto di riferimento per la comunità anche post-diploma.
Il successo di una serata così intensa e travolgente è il frutto di un lavoro corale. A rendere tutto possibile, l’impegno prezioso delle prof.sse Russo e Marano, e al poliedrico prof. Piazza per il supporto fondamentale e alla disponibilità dei collaboratori scolastici Angelo, Anna, Filomena e Tiziana.
Un plauso va a tutti i docenti che, con la loro presenza e passione, hanno ribadito l’identità del Pertini, ma soprattutto agli studenti, che hanno saputo raccontare al meglio l’essenza della loro scuola con passione, coinvolgimento e competenza. È stata una serata bellissima, che conferma la capacità del Pertini di essere un luogo in cui si formano non solo menti brillanti, ma anche giovani appassionati.
Arte e Cultura
Va bene così, senza parole
Intervista a Gianluigi Servolini, un uomo che ha preferito le immagini ai testi
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Ti chiamano “sunset hunter”: quando hai capito che i tramonti di Ladispoli non erano solo uno spettacolo naturale, ma un racconto da costruire immagine dopo immagine?
“L’appellativo mi fa sorridere, ma descrive bene una ricerca diventata nel tempo costante, quasi un’ossessione gentile. Il legame con i tramonti di Ladispoli nasce oltre vent’anni fa, con una semplice Kodak usa e getta. Pochi scatti, nessun display: bisognava scegliere il momento giusto, affidandosi allo sguardo e all’attesa.
Il lungomare era già allora la mia isola felice, il luogo in cui la realtà lasciava spazio a una vera estasi visiva. Col tempo, quella che era un’abitudine estiva si è trasformata in uno storytelling continuo. Vivere Ladispoli anche d’inverno, nel silenzio dei pomeriggi freddi, ha reso il racconto più intimo. Ho capito che non esiste il tramonto perfetto, ma una sequenza: ogni scatto è un tassello, un ponte tra il ragazzo di allora e l’osservatore di oggi”.
In un’epoca in cui il web vive di polemiche e rumore, tu scegli il silenzio delle immagini. Quanto è rivoluzionario oggi raccontare un territorio senza parole?

Scegliere di raccontare un territorio attraverso le immagini, invece di alimentare la polemica e il rumore che oggi domina il web, non è solo una scelta estetica, ma un atto consapevole. In un’epoca in cui le piattaforme digitali amplificano il dissenso, il silenzio di uno scatto diventa una forma di comunicazione alternativa e, per certi versi, sovversiva.
Siamo sommersi da parole, giudizi e analisi spesso sterili. L’immagine, al contrario, restituisce una “fotografia” autentica di ciò che funziona: la bellezza del territorio, troppo spesso raccontata attraverso lenti distorte. Esiste una differenza fondamentale tra una visione critica, legittima, e una visione polemica, che si limita a produrre rumore senza costruire nulla.
La mia fotografia nasce dal desiderio di riportare l’osservatore a una realtà tangibile. Raccontare un territorio senza parole significa lasciare che luce, ombre e colori di Ladispoli parlino da soli, senza filtri ideologici o rabbia digitale. In un mondo che urla, il silenzio di un’immagine diventa il messaggio più potente.
I tuoi tramonti sembrano sempre diversi, eppure parlano della stessa città. Cosa cerchi davvero quando scatti: la luce perfetta o l’emozione che quella luce riesce a evocare?
Cerco l’emozione. Anche se il tratto di costa è breve, ogni punto di vista racconta qualcosa di diverso. La luce cambia con le stagioni, l’atmosfera, il tempo. Ma oltre la tecnica, inseguo uno stato d’animo che non si aggiunge mai del tutto.
Non fotografo solo la luce perfetta: fotografo un sentimento, vissuto in quell’istante preciso. È questo che mi spinge a tornare ogni giorno sul lungomare.
Ladispoli attraverso i tuoi scatti appare sospesa, poetica, quasi intima. Quanto è importante per te restituire una bellezza che spesso chi vive il territorio ogni giorno rischia di non vedere più?
È fondamentale. Restituire bellezza è un atto di resistenza culturale. L’abitudine rende ciechi, e il mio obiettivo è rompere questa indifferenza.
Ladispoli è un territorio unico, stretto tra il Bosco di Palo e Torre Flavia, con la sua spiaggia nera dalle tonalità incredibili. Fotografare significa custodire questa identità e sperare che resti intatta per le generazioni future. È un modo per ricordare che la bellezza è ancora lì, pronta a essere riscoperta.
Se i social sono una piazza che spesso divide, pensi che la fotografia possa ancora essere uno strumento di unione, capace di far innamorare – o riavvicinare – le persone ai luoghi che abitano?
Sì. La fotografia ferma il tempo e impone uno sguardo meno impulsivo. Dove le parole cercano il contrasto, l’immagine cerca la verità del luogo.
Se uno scatto riesce a far riavvicinare anche una sola persona al proprio territorio, ha già vinto. Far innamorare dei luoghi significa spingere a proteggerli. In questo senso, la fotografia diventa un atto di civismo visivo: un terreno comune su cui ricostruire un senso di comunità.

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