Arte e Cultura
Ladispoli, quanto sei bella Torre Flavia! Il restauro che restituisce il monumento più rappresentativo
Ci sono luoghi che appartengono alla storia. E poi esistono luoghi che, col tempo, diventano qualcosa di più profondo: immagini collettive, simboli emotivi, frammenti di memoria capaci di raccontare un’intera comunità anche senza bisogno di parole. Torre Flavia è uno di questi luoghi.
Per chi arriva dal mare rappresenta da secoli un punto di riferimento sulla costa tirrenica. Per chi vive a Ladispoli è molto di più: è un’icona identitaria, un rudere poetico sospeso tra terra e acqua, una presenza silenziosa che ha attraversato guerre, mareggiate, erosioni e abbandono senza mai perdere la propria forza evocativa.
Oggi, dopo decenni di degrado e tentativi di salvaguardia, Torre Flavia si prepara a vivere la trasformazione più delicata e ambiziosa della sua storia: un progetto di restauro e valorizzazione che non vuole semplicemente conservare un monumento, ma reinterpretarlo come nuova architettura culturale contemporanea immersa nel paesaggio naturale della costa laziale. Un intervento complesso, visionario e tecnicamente sofisticato che unisce restauro archeologico, consolidamento strutturale, museografia contemporanea e tutela ambientale in un equilibrio rarissimo da raggiungere. La vera sfida, infatti, non era ricostruire Torre Flavia. La vera sfida era salvare la sua anima.

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La torre nasce intorno alla metà del Cinquecento, probabilmente nel 1562, per volontà del Cardinale Flavio Orsini, all’interno del sistema difensivo costiero dello Stato Pontificio. La sua posizione strategica permetteva il controllo dell’intero tratto di litorale compreso tra Civitavecchia e Roma, in un’epoca in cui le incursioni piratesche rappresentavano una minaccia costante per le comunità costiere. Era una macchina militare perfetta per il suo tempo: massiccia, severa, compatta. Murature poderose in laterizio e pietra, scarpe murarie inclinate per resistere agli assalti, aperture ridotte, un sistema distributivo verticale essenziale e una terrazza superiore destinata all’avvistamento.
Per quasi quattro secoli Torre Flavia domina il Mediterraneo senza subire trasformazioni radicali. Poi arriva la guerra. Nel 1944 durante i bombardamenti tedeschi viene colpita violentemente la struttura con il conseguente collasso della parte centrale della torre. È un evento devastante: il manufatto si spezza, lasciando in piedi soltanto quattro enormi frammenti murari isolati tra loro, inclinati verso l’interno e privati della loro stabilità originaria.
Da quel momento Torre Flavia smette di essere semplicemente una torre costiera. Diventa un rudere. Ed è proprio questa nuova condizione, fragile e drammatica, a renderla iconica. Negli anni successivi il mare completa ciò che la guerra aveva iniziato. L’erosione costiera modifica radicalmente la linea di costa e il… Mediterraneo avanza progressivamente fino a raggiungere la base della struttura. Per anni Torre Flavia rimane praticamente circondata dall’acqua, esposta direttamente alla salsedine, alle mareggiate e al degrado atmosferico. I mattoni storici iniziano a sgretolarsi. Le malte perdono consistenza.
Le murature si lesionano. I quattro frammenti superstiti si deformano lentamente sotto il proprio peso. Il rischio di collasso diventa concreto. È in questo momento che nasce uno dei progetti di recupero più delicati e affascinanti del litorale laziale. Un lavoro portato avanti nel tempo da amministrazioni, enti pubblici, tecnici specializzati, restauratori, archeologi, ingegneri strutturisti e professionisti della conservazione coordinati dall’arch. Enza Evangelista che hanno affrontato un problema apparentemente impossibile: come mettere in sicurezza Torre Flavia senza cancellarne l’identità di rovina storica. La soluzione scelta è tanto sofisticata quanto rispettosa.
Il progetto non ricostruisce la torre “com’era”. Non inventa parti storiche mancanti. Non trasforma il rudere in una copia artificiale del passato. Al contrario, decide di conservare e valorizzare proprio ciò che rende Torre Flavia unica: le sue ferite. I quattro grandi frammenti murari originali vengono consolidati, restaurati e riportati in asse attraverso una nuova struttura contemporanea capace di assorbire le sollecitazioni statiche senza imitare il linguaggio storico. La nuova architettura funziona quasi come un esoscheletro invisibile che protegge il manufatto antico lasciandolo però perfettamente leggibile.
Ed è qui che il progetto raggiunge il suo punto più alto dal punto di vista architettonico. Le murature storiche restano protagoniste assolute. I mattoni erosi dalla salsedine, le stratificazioni storiche, le tracce dei bombardamenti, le differenti tessiture murarie e persino le deformazioni accumulate nei secoli vengono conservate come testimonianza autentica del tempo. Il nuovo intervento non compete con la rovina. La accompagna. La contemporaneità entra nel progetto attraverso elementi minimali e reversibili: passerelle sopraelevate, piattaforme in legno naturale, inserti in acciaio corten, parapetti discreti, sistemi museali integrati e nuove superfici leggere che dialogano con la materia storica senza mai sovrastarla.
Dal punto di vista tecnico il lavoro strutturale è impressionante. Le analisi tridimensionali hanno permesso di studiare nel dettaglio il comportamento statico dei quattro frammenti murari superstiti, alcuni dei quali presentano masse superiori alle 180 tonnellate e inclinazioni estremamente critiche. Ogni intervento è stato calibrato millimetricamente per evitare ulteriori stress alle murature storiche. Ma Torre Flavia non sarà soltanto un monumento restaurato.
Diventerà un’esperienza immersiva. Il progetto trasforma infatti la torre in un museo verticale contemporaneo attraversabile dal pubblico. Il visitatore entrerà all’interno del rudere e percorrerà un sistema espositivo capace di raccontare la storia della costa, dei sistemi difensivi pontifici, delle trasformazioni ambientali e dello stesso restauro della torre.
La salita verso la terrazza superiore sarà concepita come un viaggio dentro la memoria del luogo: luci soffuse, installazioni multimediali, materiali tattili, proiezioni e dettagli museografici accompagneranno il percorso senza mai alterare l’atmosfera archeologica degli spazi. E poi ci sarà il mare. Sempre presente. Sempre protagonista. Perché Torre Flavia non può essere separata dal suo paesaggio. L’intervento si inserisce infatti nel delicatissimo ecosistema della Palude di Torre Flavia, area naturale protetta di enorme valore ecologico.

Qui convivono dune costiere, vegetazione mediterranea, habitat umidi e rotte migratorie fondamentali per numerose specie di uccelli. Per questo il progetto paesaggistico assume un ruolo centrale. Le nuove passerelle vengono sollevate dal terreno per proteggere il sistema dunale. Gli inserti architettonici utilizzano materiali naturali e cromie compatibili con il paesaggio costiero. Le superfici in corten dialogano con il colore dei mattoni antichi e della sabbia.
L’illuminazione notturna viene progettata per ridurre al minimo l’inquinamento luminoso e preservare l’equilibrio ambientale dell’area protetta. Il risultato finale non assomiglia a un’operazione turistica artificiale né a una ricostruzione scenografica. Assomiglia piuttosto a qualcosa di molto più raro: un dialogo equilibrato tra tempo, materia e paesaggio. Ed è forse proprio questo l’aspetto più emozionante dell’intero progetto.
Torre Flavia continuerà a essere una rovina. Ma sarà finalmente una rovina salvata. Una presenza architettonica che non nasconde la propria fragilità ma la trasforma in valore culturale. Un monumento che racconta contemporaneamente il Rinascimento, la guerra, l’erosione costiera e il linguaggio dell’architettura contemporanea. Per Ladispoli significa recuperare il proprio simbolo più potente.
Per il litorale laziale significa restituire al Mediterraneo uno dei suoi landmark storici più iconici. Per l’architettura italiana contemporanea significa dimostrare che il restauro può ancora essere un atto poetico oltre che tecnico. E forse è proprio questa la grande lezione di Torre Flavia: non tutte le ferite devono essere cancellate. Alcune meritano di essere custodite, illuminate e raccontate al mondo.
Arte e Cultura
Ladispoli, arrivederci Summer Fest. Ultima edizione targata Alessandro Grando
di Marco Porro, assessore al Turismo di Ladispoli
Il rock e l’energia pazzesca delle Bambole di Pezza salutano il Ladispoli Summer Fest 2026. Un’edizione che, per quanto abbiamo provato a mantenere un atteggiamento disinvolto, ha avuto inevitabilmente il sapore di un pizzico di nostalgia.

Già. Il tris Rkomi, Nina Zilli e Bambole di Pezza chiude il sipario su un progetto dell’Amministrazione Grando. Partito nel 2019 con un concerto di Dolcenera, questo progetto ha assunto negli anni una forma incredibile, diventando presto uno dei cavalli di battaglia, insieme a tante altre opere, di questa squadra di governo. Io non avevo ancora la carica di Assessore, ma diedi il mio contributo all’organizzazione di quella serata che, per noi, rappresentò un anno zero. Fu proprio in quell’occasione che capimmo la potenza del progetto: l’energia generata da migliaia di persone che si ritrovano insieme a festeggiare in piazza nelle calde notti d’estate.
Poi arrivò il Covid e, finalmente, nel 2022 il Summer Fest tornò a Piazza Rossellini. Nel frattempo ero stato nominato Assessore al Turismo e agli Eventi e quel progetto aveva ormai assunto una forma più strutturata, proprio nel cuore della città. Ne abbiamo vissuti tanti, di Summer Fest. Ladispoli ha fatto degli eventi un vero e proprio strumento di identità e promozione. Lo abbiamo fatto sempre stando in prima linea, prendendoci gli applausi ma subendo anche qualche dura critica. E ci scusiamo con quella parte di cittadinanza che farebbe volentieri a meno di tutto questo, che preferirebbe una piazza silenziosa. Inevitabilmente questo tipo di movimento crea qualche disagio, e su questo abbiamo sempre lavorato con impegno per ridurlo al minimo.
La nostra visione, tuttavia, è diversa. È quella di una Ladispoli dove la gente esce di casa, partecipa e vive la città; una città in cui le attività commerciali lavorano, una città che acquista valore, dove i ragazzi non sono costretti a emigrare altrove e il territorio diventa un punto di riferimento per tutto il comprensorio. A giudicare dai risultati, credo che questo progetto abbia dimostrato di avere la prospettiva giusta.
Abbiamo perseguito questo traguardo con impegno e dedizione, mettendoci sempre la faccia e assumendoci la responsabilità delle nostre scelte, convinti di fare il bene della città e dei suoi cittadini. Del resto, come ha detto Enrico Montesano sul palco di Piazza Rossellini: “Quanto vale un sorriso? Quanto vale ritrovarsi tutti insieme in piazza per una serata di emozioni e spensieratezza?”
Proprio per questo oggi voglio dedicare questo pezzo a un amico, prima ancora che al mio Sindaco, Alessandro Grando. Chi, come me, lo conosce bene sa quanto sia stato emozionante per lui salutare dall’ultimo palco del Summer Fest l’ennesima Piazza Rossellini strapiena di gente.
Le scelte sono, indubbiamente, opinabili. L’esempio, invece, no.
Alessandro è stato un esempio di integrità, nella gestione degli eventi come in tanti altri progetti portati avanti in questi lunghi nove anni di amministrazione. Possiamo discutere della visione, del perché e del come. Ma è difficile non riconoscere la determinazione con cui ha portato avanti le proprie idee, senza barcollare mai, orgoglioso e fiero di una città che, anno dopo anno, ha risposto sempre più intensamente alla chiamata di Piazza Rossellini.
Oggi Ladispoli è un modello e le tante attività proposte in questi anni dimostrano quanto questo strumento di promozione abbia avuto un senso compiuto. Questo non significa che la nostra sia una città perfetta. Non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Con l’auspicio che chi arriverà dopo di noi non disperda questo patrimonio costruito nel tempo.
Per ora ci salutiamo qui.
Il Ladispoli Summer Fest è stato, senza dubbio, un capitolo emozionante della storia della nostra città. Grazie, Alessandro.

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