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Turismo

Grandi eventi: a Genova sì, a Ladispoli no. Due pesi e due misure, l’incoerenza domina

«Credo che i grandi eventi siano fondamentali per far vivere il tessuto commerciale, il tessuto alberghiero, per far conoscere la nostra città. E noi questo facciamo». A dirlo è Silvia Salis, sindaca di sinistra di Genova, commentando gli eventi organizzati nella città portuale.

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di Marco Porro, assessore al Turismo della città di Ladispoli

I grandi eventi fanno vivere il commercio, aumentano il valore delle nostre case, fanno bene alla ristorazione e alle strutture ricettive, alimentano la socialità e contribuiscono a far conoscere una città. È esattamente quello che sosteniamo e facciamo da anni a Ladispoli.

A Genova lo hanno capito anche attraverso eventi come quelli con Charlotte de Witte e Novah: musica techno, piazze piene, migliaia di persone e immagini capaci di promuovere la città ben oltre i suoi confini. Non parliamo del cantautore italiano, nella città che ha segnato la storia della nostra musica. Qui non si discute di De Andrè o Gino Paoli, ma di DJ e sonorità che qualcuno potrebbe persino ritenere poco adatte a una piazza pubblica. Eppure, quando l’evento funziona, diventa cultura, aggregazione e promozione territoriale. Giustamente.

Tutto questo apre inevitabilmente un dibattito che meriterebbe più di un tavolo di discussione. Non che Genova non abbia i suoi demoni e le sue problematiche: siamo stati tutti vicini alla città nei momenti più drammatici, dal crollo del ponte Morandi alle alluvioni che l’hanno messa in ginocchio più di una volta. Eppure, accanto ai problemi ordinari e straordinari di ogni città, si innestano iniziative capaci di dare una scossa e restituire quell’entusiasmo che non dovrebbe mai mancare. Perché una città ha bisogno di molte cose, intrattenimento compreso. A Genova lo hanno capito molto bene, soprattutto nella compagine di sinistra che amministra la città. A Ladispoli, invece, i compagni sembrano averlo capito un po’ meno.

La domanda è inevitabile: perché quando lo stesso principio viene applicato a Ladispoli diventa uno spreco di denaro pubblico? Ed è condannato proprio da quella parte politica che elogia la Salis per iniziative parallele?

Perché a Genova la techno è sperimentazione e internazionalizzazione, mentre a Ladispoli un concerto di Anna Pepe, capace di richiamare migliaia di giovani in piazza Rossellini, diventa bersaglio di polemiche tanto banali quanto prevedibili? Per fare un esempio più nostro: perché Max Giusti a Cerveteri è una serata da immortalare, mentre a Ladispoli, l’anno prima, era motivo di discussione?

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una vera e propria crociata politica, volta a screditare sistematicamente ogni iniziativa, fino a danneggiare la percezione della città stessa. Naturalmente, i soldi pubblici vanno spesi con criterio e ogni scelta può essere discussa. Ma discutere di costi e risultati è una cosa; sostenere che gli eventi siano inutili soltanto quando li organizzano «gli altri» significa parlare di ben altro.

Una città viva porta benefici al turismo, al commercio, alla ristorazione, ma soprattutto alla socialità e alla visibilità del territorio. E questo vale a Genova come a Ladispoli. Questo non significa, e qui parliamo della nostra città, sottrarre risorse ad altre priorità. Forse una parte delle critiche alla programmazione attuale nasce anche dal confronto con il passato, quando una gestione poco efficace delle risorse pubbliche non lasciava margini sufficienti per investire nella promozione del territorio. Oggi, di fronte a una programmazione più articolata, tutto sembra improvvisamente sovradimensionato.

Eppure lo abbiamo ribadito più volte: Ladispoli ha un bilancio in ordine e può permettersi, accanto a tutte le altre attività amministrative, anche eventi di intrattenimento. E la risposta della piazza, puntualmente, dimostra che esiste una domanda reale. La differenza, evidentemente, è che quando lo fa la sinistra si chiama visione culturale, mentre quando lo facciamo noi diventa uno scandalo.

Se una piazza piena è un successo a Genova, lo è anche a Ladispoli. Se un evento promuove il territorio in Liguria, può farlo anche sul nostro litorale. A meno che non si voglia sostenere che i grandi eventi siano fondamentali soltanto quando li organizza qualcuno con cui si è politicamente d’accordo.

Ma si sa: non siamo a Genova. E noi non siamo la Salis. Come dice uno dei condottieri nostrani della battaglia contro i grandi eventi: meditate gente, meditate…

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Turismo

Ladispoli, l’entusiasmo di una città in ascesa. Le parole dell’assessore al Turismo Marco Porro

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di Marco Porro, assessore al Turismo del Comune di Ladispoli

Come abbiamo già detto, anche con un pizzico di nostalgia, si è chiusa l’ultima stagione estiva per questa squadra di governo. Piazza Rossellini spegne le luci, l’impianto e cala il sipario. Il progetto turistico di questa città è nato da una visione precisa: volevamo che Ladispoli tornasse a splendere, restituendo alla città quella dignità e quel rispetto che pensavamo meritasse. Oggi, dopo questi anni, ne siamo più convinti che mai.

È stato un progetto costruito grazie al lavoro di centinaia di persone: uffici, tecnici, volontari, forze dell’ordine, operatori. Un lavoro enorme, spesso silenzioso, che ha permesso di costruire qualcosa che andava ben oltre il semplice calendario degli eventi.

Ma perché investire così tanto nei concerti? Perché quello, perché quell’altro?

Perché il nostro obiettivo, mio e del Sindaco, è sempre stato molto chiaro: rendere Ladispoli una città viva, attrattiva e soprattutto vissuta. I concerti sono soltanto la parte più visibile di un progetto molto più ampio. Le scelte possono essere criticate, le visioni possono essere diverse e ogni opinione è legittima. Ma governare significa assumersi responsabilità, lavorare con serietà e avere una visione. Investire nell’intrattenimento gratuito in piazza significa anche fare un investimento sociale e culturale. Significa restituire alle persone la possibilità di vivere la propria città, incontrarsi, stare insieme, emozionarsi. Perché il valore di una piazza non si misura soltanto dal nome scritto sul palco, ma dalle persone che riesce a riunire e dal senso di comunità che riesce a creare. In questi anni Piazza Rossellini è diventata una delle piazze più attrattive del litorale. Sul palco sono passati artisti e personaggi straordinari: dal Maestro Giancarlo Giannini a Russell Crowe, da Clementino a Elettra Lamborghini, fino a tantissimi altri artisti, tributi, band locali e spettacoli capaci di parlare a generazioni diverse. Ed è stata proprio questa trasversalità uno degli elementi più importanti del progetto: eventi per i ragazzi, per gli adulti e per gli anziani. Come quest’anno, quando abbiamo ospitato Edoardo Vianello e tantissimi signori di Ladispoli sono rimasti in piazza, incantati davanti al loro beniamino.

Per questo credo sia sbagliato ridurre tutto a un numero, a un costo o alla singola scelta di un artista. Il valore di un progetto del genere si misura anche nella capacità di creare legami e appartenenza.

Ladispoli ha costruito una parte della propria comunità proprio attraverso le serate di Piazza Rossellini. Come ha detto Montesano sul palco: “Ma quanto vale un sorriso? Quanto vale una serata spensierata con tutta la nostra gente? Quanto vale un’emozione?”.

In quelle parole c’è molto del senso di quello che abbiamo cercato di fare. Spesso gli eventi vengono misurati contando quante persone arrivano in città. Io ho una visione diversa: li misuro anche sulla base di quante persone scelgono di rimanere, di vivere la propria città, di considerare Ladispoli una scelta e non un’alternativa. E penso soprattutto ai ragazzi.

Il giorno del concerto di Anna Pepe, un progetto molto contestato da una parte della città, arrivai in piazza molto presto, la mattina, e trovai decine di ragazzi già sotto il palco. Faceva un caldo bestiale. Non venivano da chissà dove. Erano i nostri ragazzi, i nostri figli, i nostri nipoti. Piccoli Ladispolani. Mi sono seduto su una panchina e li ho guardati per un po’. Erano lì con asciugamani, radio e pallone. Ridevano, scherzavano, cantavano. Tutti insieme, proprio sotto casa loro. E i genitori erano tranquilli: tra una commissione e l’altra passavano in piazza a controllare. In quel momento ho capito davvero la forza di un progetto del genere. È stato uno dei momenti più emozionanti di tutto quello che abbiamo fatto.

Perché se vogliamo una città più pulita, più rispettosa, con più senso civico e con persone più innamorate del proprio territorio, dobbiamo partire dai ragazzi. Dobbiamo essere capaci di parlare la loro lingua, di capire cosa li interessa e, soprattutto, di creare per loro occasioni in cui sentirsi parte della comunità. La mia generazione, e quelle prima di noi, probabilmente hanno fallito proprio su questo. Io vengo da una generazione in cui la distanza tra ragazzi e istituzioni era enorme. Una generazione cresciuta nella Ladispoli dormitorio, quella del “non c’è niente da fare”.

Oggi possiamo provare a cambiare questa percezione. Perché una città non diventa attrattiva soltanto quando porta grandi artisti sul proprio palco. Diventa attrattiva quando riesce a costruire un rapporto con chi la vive ogni giorno. Quando un ragazzo sente che quella piazza è anche sua. Quando riconosce il proprio territorio, lo vive, lo ama e comincia a immaginare lì il proprio futuro.

Questo, per me, è il vero significato di quella che abbiamo chiamato “rivoluzione pop culturale”: non soltanto spettacolo, ma radicamento. Non soltanto turismo, ma identità. Non soltanto presenze, ma appartenenza. Per questa grande opportunità, che per me è stata una vera scuola di vita, sono profondamente riconoscente al Sindaco e a tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione di un progetto così grande.

Ma soprattutto sono riconoscente alle migliaia di persone che in questi anni hanno affollato Piazza Rossellini. Persone diverse, generazioni diverse, che per una sera hanno scelto di stare insieme, senza distinzioni. Perché alla fine una città non la cambia un palco. La cambiano le persone che scelgono di viverla. E se oggi tanti ragazzi possono guardare Ladispoli non più come il posto dal quale andare via, ma come un posto nel quale vale la pena restare, allora quella rivoluzione pop culturale non è soltanto iniziata. È già diventata parte della nostra città.

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