Arte e Cultura
Ladispoli, Bambole di pezza al “Summer Fest”. Intervista al gruppo più rock di Sanremo
Il “Ladispoli Summer Fest” ha portato sul palco di Piazza Rossellini tre serate dedicate alla musica italiana. Tra i protagonisti di questa edizione anche le Bambole di Pezza, band punk-rock tutta al femminile che negli anni ha costruito un’identità fortemente riconoscibile, con una dimensione live coinvolgente e una scrittura capace di raccontare il presente attraverso una prospettiva personale. Nei giorni precedenti al concerto in piazza le abbiamo incontrate per farci raccontare le emozioni che accompagnano ogni tappa del tour e il loro legame con il pubblico.
di Annalisa Piancazzo
Vi siete definite una band outsider, con un’identità ben riconoscibile e un pubblico sempre più ampio. Secondo voi cosa permette ai vostri brani di creare questa connessione? E quando avete iniziato a percepire che la vostra musica stava diventando uno spazio in cui tante persone potevano riconoscersi?
Come band teniamo molto alla nostra identità musicale. Ci sentiamo delle “outsider” perché abbiamo scelto di seguire una strada che si discosta dagli schemi stereotipati della società: siamo ragazze che hanno deciso di imbracciare degli strumenti e fare musica, in un contesto in cui la presenza femminile è ancora una minoranza. Portiamo sul palco la nostra sensibilità, e vogliamo parlare a tutte le persone che si sentono diverse in una società che tende ad omologare. Le nostre canzoni raccontano questo: affrontare le difficoltà senza piegarsi ai compromessi, trovando la forza di rialzarsi anche dopo le cadute. Il pubblico ci ha sostenute fin dall’inizio in questo nostro modo di essere, sia nella scena alternativa sia in quella mainstream. Oggi è bellissimo vedere sotto il palco generazioni diverse.
Con quale energia state affrontando questo Summer Tour 2026 e che tipo di esperienza volete costruire insieme al pubblico che incontrate?
Ogni concerto è uno scambio di energia con il pubblico e non ci sentiamo mai replicanti dello stesso spettacolo, infatti la scaletta cambia di volta in volta, adattandosi al contesto e al tipo di esperienza che vogliamo creare.
In questo Summer Tour stiamo ricevendo un’accoglienza bellissima e una delle parti più emozionanti è poter incontrare le persone alla fine dei concerti, abbracciarle e raccogliere tutto il calore che ci regalano attraverso cartelloni, disegni o semplicemente una foto insieme.
Tra le tappe del Summer Tour c’è anche Ladispoli. Conoscevate già la città?
Non ci siamo mai esibite a Ladispoli, ma tra Roma e dintorni abbiamo sempre avuto delle bellissime esperienze. Proprio a Roma abbiamo vissuto il primo grande live che ci ha fatto capire che avremmo potuto davvero fare il salto con la musica, è stato qualcosa di inaspettato. Per questo abbiamo sicuramente grandi aspettative per questa tappa. Siamo curiose di incontrare il pubblico di Ladispoli e siamo sicure che sarà un bellissimo concerto.
Qual è il messaggio che volete lasciare alle persone che saranno in piazza ad ascoltarvi?
Attraverso la nostra musica cerchiamo di portare avanti i temi in cui crediamo, dal femminismo all’importanza dell’unione tra le persone. Crediamo che, se ci fosse più capacità di collaborare, di accettare l’altro per quello che è e di riconoscere il valore delle nostre diversità, si potrebbero davvero cambiare le cose. Anche noi abbiamo cinque personalità completamente diverse e cerchiamo sempre di valorizzare questo aspetto. In questo periodo stiamo portando molto anche il tema delle relazioni tossiche: soprattutto alle donne vogliamo dire che è importante chiedere aiuto prima che sia troppo tardi. Ci sono persone che non riescono a uscire da certe situazioni da sole, e trovare il coraggio di chiedere sostegno può essere il primo passo per liberarsene.

Arte e Cultura
“Grazie Ladispoli, ridere non ha prezzo”. L’intervista esclusiva ad Enrico Montesano
di Alessio Caprodossi
Dall’epoca di Alberto Sordi a quella attuale, come valuta l’evoluzione del cinema e del teatro italiano: che tipo di momento stiamo vivendo?
È un momento di grande cambiamento, una fase di transizione e di profonda incertezza. Lo sviluppo tecnologico ha portato a un protagonismo sfrenato. Tutti ormai fanno o vogliono fare i registi, gli operatori e gli attori senza avere una base, cioè la necessaria preparazione. Ai tempi di Alberto Sordi questo era impossibile, perché non ci si improvvisava, la selezione era molto severa ed entrare nel mondo dello spettacolo era complicato. Riuscire ad arrivare davanti alla macchina da presa era davvero un’impresa, peggio ancora salire su un palcoscenico. Guardando a questo passato, quella attuale appare l’epoca della superficialità e del pressappochismo.
L’ironia dissacrante è stata uno degli ingredienti della grande commedia italiana. Oggi al tempo del politicamente corretto, molte gag del passato sarebbero soggette a forti critiche. È giusto che l’arte debba sottostare alle convenzioni sociali, oppure si dovrebbe fare un’eccezione?
L’artista deve osare, infrangere le regole e abbattere i tabù. In questo senso, il teatro greco è un esempio di libertà. Dovremmo tornare a farci ispirare da quel modello.
A Ladispoli è stato accolto da un bagno di folla: dopo aver calcato i più grandi palcoscenici, che effetto le fa l’abbraccio così caloroso del popolo?
Regala adrenalina ed è una ricompensa per i tanti bocconi amari mandati giù di recente. L’abbraccio e l’affetto del pubblico che ricevo sono autentici ed è l’unico motivo che ancora mi tiene in scena.
A Ladispoli c’è un’amministrazione che investe molto in cultura e spettacoli, proponendo ogni anno un cartellone ricco di show di vari generi e sempre ad ingresso gratuito. Lei anche sul palco ha sottolineato l’importanza di regalarsi una serata e un clima di leggerezza: eppure talvolta queste scelte vengono percepite più come una spesa, che come un investimento per la collettività. Cosa direbbe a questi scettici?
A tutti i dubbiosi chiederei qual è il valore di un sorriso? Quanto vale una risata? E qual è il valore di un interesse letterario, di una crescita morale, dello stimolo etico suscitato in uno spettatore da una frase detta sul palco da un attore in una serata estiva a Ladispoli? Non è più il tempo di educare le masse, ma è il momento di scuoterle, incuriosirle e stimolarle. Quando ciò succede, allora, si tratta di soldi ben spesi!

C’è qualcosa che vorrebbe cambiare della sua carriera? Una scelta rivelatasi errata, oppure un azzardo che avrebbe voluto correre?
Di azzardi ne ho corsi tanti, perché sono un curioso di natura, una persona motivata sempre a cambiare e innovare. Se fossi stato meno irrequieto avrei dovuto continuare con spettacoli e programmi di grande successo che avevano il potenziale per proseguire ancora per diversi anni. Credo che me lasciare questa opportunità sia stato un errore. Ho perso qualche occasione ma sono ancora in tempo, ‘passin’ammazza’! Il grande regista Steno diceva che l’importante è durare, quindi se sono ancora sul palco vuol dire che sto durando.
Quale tra i tanti personaggi che ha ideato e interpretato è quello a cui è più legato? E qual è invece quello che ha regalato più sorrisi al pubblico?
Il primo del romano sprovveduto finto tonto ‘che vor dì?’ mi ha dato il successo in televisione nel 1968. I personaggi che hanno riscosso maggiore seguito e fatto più ridere sono stati la Romantica Donna Inglese e Torquato il pensionato. Nell’elenco inserisco anche Dudù e Cocò alla Radio, per tre serie consecutive di Gran Varietà. Il personaggio che però rimane nell’immaginario collettivo e che ho avuto la fortuna di interpretare insieme a un cast di grandi attori, è stato il Pomata di “Febbre da cavallo”, un film che è diventato di culto per tante generazioni.


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